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Gouffre Berger

Expe

refuge

moliere

la moliere

refuge

refuge

Gouffre Berger

Gouffre Berger

Entrance

Meandro

ice

 

Cascade

salle bourgin

renza IMGP7601

torpedo

cascade la tyroliene

Riviere sans etoiles

treize

 sale treize

 sale treize

bivac

Vagin2

 Berger

 vestiaire

  Pepe

- 1000

Entrance

Lapiaz

Refuge des Feneys, Austrans 

refuge

Gouffre do Gounier

Lac Gournier

GOUFFRE BERGER

Il Gouffre Berger, situato a 1460 metri di altitudine nella terra francese di Engis nella regione del Vercors, deve la sua fama per aver rappresentato al suo interno alcune delle più grandi gesta della speleologia. Tra il 1953 e il 1964 fu la grotta più profonda del mondo, e nella spedizione che avvenne fra il 3 e il 19 agosto 1956, gli speleologi arrivarono per la prima volta alla mitica profondità di -1000.

 

In quell'epoca, nella quale ancora si utilizzavano le scale di cavo per la progressione verticale e nella quale non esistevano ancora abbigliamento di neoprene e fibre sintetiche che proteggevano dal freddo gli speleologi, l'esplorazione di una grotta come la Berger, dove la temperatura all'ingresso è di 3 gradi e gran parte della progressione del suo terzo inferiore si realizza nell'acqua, era senza dubbio una prodezza per molto pochi.

 

Quest'anno si compie il cinquantesimo anniversario della prima discesa a -1000, perciò per festeggiare e come omaggio ai suoi scopritori, abbiamo organizzato una spedizione nella Berger.

 

Per realizzare la visita nella grotta, abbiamo dovuto sollecitare un'autorizzazione al comune di Engis, che, debito della pericolosità dell'esplorazione in caso di crescita provocata da pioggie all'esterno, concede permessi solo fra giugno e ottobre. Questa limitazione comporta la necessità di sollecito con molto anticipo già che sono molti i gruppi che desiderano esplorare la Berger. Queste autorizzazioni si concedono per un periodo di 10 giorni dove gli speleologi sono obbligati a ritirare tutti i loro materiali.

 

Parte importante dell'organizzazione della spedizione è la scelta dei partecipanti della stessa. Nel nostro caso,fu una scelta facile dato che la maggior parte di noi si conosceva per aver realizzato alcune esplorazioni precedentemente. Parteciparono speleologi dall'Italia (Renza, Paolo e Maximiliano), dalla Francia (Marie e Laurent), dal Portogallo (Sofia e Pedro) e da Andorra (Pepe e Pep). Questa unione di nazionalità risultò molto conveniente per le opportunità che abbiamo avuto di vedere le tecniche e i materiali che usano in ogni paese.

 

Per realizzare l'esplorazione fino al fondo della grotta, sono necessari 1000 metri di corda, ai quali bisogna aggiungere circa 150 moschettoni e un centinaio di placchette.

 

A parte bisogna contare il gommone per attraversare al “lac Cadoux”, le mute di neoprene per la parte inferiore della grotta, sacchi per dormire e materiale del bivacco, cibo e carburo.

 

Per diminuire peso e volume, abbiamo utilizzato corda da 8 millimetri per tutta la parte inferiore e corda da 9 millimetri per la parte superiore che era la parte dove transitavamo più volte ed essendo più stanchi.

 

Tutto quel peso da smuovere fece di vitale importanza conoscere le disponibilità del tempo degli speleologi partecipanti, dato che in funzione della quantità di persone che erano operative in ciascun momento, la pianificazione dell'esplorazione doveva realizzarsi in forma differente. Abitualmente eravamo 6 persone.

 

Disponemmo del permesso fra il 20 e il 30 luglio e dato che per i portoghesi il viaggio fino a Autrans era molto lungo, loro lasciarono il Portogallo il 18 in direzione di Andorra, il 19 lo dedicammo a compere dell'ultima ora e il 20 di mattino presto, con portoghesi e andorriani siamo saliti assieme in direzione del rifugio “Des Feneys”, dove abbiamo fissato il nostro accampamento base.

 

Arrivammo circa a mezzogiorno e in un momento abbiamo preparato l'occorrente per il cibo (cucina, gas e tutto il resto..), in seguito potemmo iniziare la preparazione del materiale per la grotta giusto nel momento in cui arrivarono Renza e Paolo dall'Italia.

 

Mentre alcuni tagliavano corde, altri le insaccavano e preparavano i moschettoni e le placchette necessarie per l'installazione e marcavano i sacchi nell'ordine in cui erano necessari. L'utilizzazione maggioritaria di corda da 8 permise che questa occupava tutta solo 8 sacchi, terribilmente pesanti questo si, però solo 8. Nel nono sacco mettemmo il gommone per il “Lac Cadoux”, che alla fine non utilizzammo perché lo abbiamo trovato completamente prosciugato, il decimo portava materiale per il bivacco e l'undicesimo le mute di neoprene e abbigliamento stagno per la parte acquatica.

 

Dato che era presto, era bel tempo ed eravamo euforici e molto animati, approfittammo la fine del pomeriggio per incontrare l'ingresso della grotta e portare fino a lì tutto il materiale. Preparammo un dodicesimo sacco con l'equipaggio per 2 persone così abbiamo potuto installare il primo pozzo di 8 metri e lasciarlo tutto alla sua base.

 

Dal rifugio des Feneys in 5 minuti di macchina si arriva al parking de La Moliere, che è dove si lasciano le macchine e si inizia l'avvicinamento alla Berger. Il tragitto trascorre inizialmente per un stradina in mezzo ad un prato d'erba, per poi una volta passato il primo incrocio, girare a destra per un sentiero. Questo tracciato scorre dentro un bosco di pini ed abeti, lascia a destra un'impressionante foiba di “Les Escriptures”, per poco dopo passare un'altra valle per il bestiame e incontrare il pozzo d'entrata di “La Formaggiere” Questa grotta forma una parte dello stesso sistema della Berger alla quale si arriva dopo aver superato un sifone, detto affluente di -1000. Per arrivare alla Berger, bisogna seguire il tragitto e deviare a sinistra in un incrocio di strade dove un segnale che indica “Les Lapiaz” a partire da lì, la strada è segnata con paracarri di pietra.

 

Bisogna commentare che tanto in una direzione che nell'altra, il sentiero è segnato con “scotch Light” con il quale è quasi più semplice orientarsi di notte che in pieno giorno. Il tragitto tra la Moliere e la grotta si realizza in 40 minuti, mentre per il ritorno ne sono necessari 60 se non si va carichi o sfiniti, in quel caso, come possiamo provare, è molto facile ritardare quasi 2 ore.

 

Una volta localizzato l'ingresso e il materiale nel fondo del primo pozzo, tornammo nel rifugio per preparare la cena e pianificare l'incursione del giorno seguente.

 

Decidemmo di fare 2 equipaggi di 3 persone ciascuno. Il primo (Renza, Pedro e Pepe) entrava con l'obbiettivo di installare la parte iniziale della grotta che è un rosaio di pozzi con una massima profondità di 45 metri, separati per zone di meandri, per poi attraversare il lago, scendere fino al bivacco, situato a -500, e seguire l'installazione fino a “Le Vestiarie”, dove andavamo a mettere l'abbigliamento d'acqua.

 

Il secondo (Sofia, Paolo e Pep), entrava 3 ore dopo trasportando il materiale per il bivacco e i sacchi di corde della parte inferiore. Nei nostri calcoli supponemmo che il primo equipaggio contattava il secondo approssimatamene al “Lac Cadoux” o con un po' di fortuna, nel bivacco.

 

I due equipaggi dovevano uscire e dormire fuori dalla grotta, nel rifugio.

 

La realtà fu che il secondo equipaggio arrivò dal primo nella parte finale del pozzo ed esso implicò la contrarietà di aspettare un po', però in cambio permise di fare assieme la parte media della grotta fino al bivacco e dato la siccità del lago, potemmo scendere ancora tutti assieme approfittando della compagnia e della visibilità migliore dato che, facendo un gruppo più numeroso di speleologi, la galleria era più illuminata.

 

Una volta a -236 finiscono i pozzi e si connettono con la “Grande Galeri”, che è la principale del sistema e che è di grandi dimensioni. Si segue scendendo alternando i passi sul il rio, senza arrivare mai a bagnarsi con passi sui lati asciutti della “La riviere sans etoiles” che dette il nome al filmato sull'esplorazione. Compiuto si arriva ad un punto con il suolo coperto di fango e sabbia, è il “Lac Cadoux” che noi trovammo completamente asciutto.

 

Una volta superato il “Lac Cadoux”, si scende una zona con blocchi e si arriva alla sala Bourgin, che ha una preziosa formazione e che io erroneamente confusi con la “Sale des Treize”.La galleria segue scendendo, si supera la cascata “du petit General”, “La Tyroliene” e si arriva al “Gran Eboulis”. Nella sua parte inferiore si apre la vera “Sale des Treize” dove si installa il bivacco.

 

Una volta li, riorganizzammo gli equipaggi (Paolo passò al primo e Pedro al secondo) che in forma indipendente seguirono le loro funzioni.

 

L'equipaggio che si fermò nel bivacco, uscì dalla grotta alle 2 del mattino mentre gli altri verso le 6. Siamo riusciti ad installare fino a -650 e tenere tutto il materiale necessario nel bivacco. L'obbiettivo del primo giorno era completato!

 

Gli italiani dovevano andare il giorno 22, cosi dedicammo il 22 e il 23 a riposarci facendo turismo e visitando le grotte di “Chorage” e le “Cuves de Sassenage” che è la grotta che si apre nella parte inferiore e da dove la Berger svuota le sue acque e aspettando Marie e Laurent che arrivarono alla sera del 23.

 

Interiormente, ognuno di noi mediò le proprie forze e calcolò la possibilità che aveva di arrivare fino al fondo della grotta in condizioni di ritornare a salire con sicurezza. Essa era una decisione difficile, anche perché è un'opportunità che non si ha tutti i giorni e esso ti incita a rischiare, la sapienza che un eccesso di confidenza può portare al disastro.

 

Alla fine, si formò un equipaggio di 4 persone, Marie, Laurent, Pedro e Pepe, che provarono a raggiungere la fine dato che disponevano di forza, morale e conoscenza tecnica necessaria per prendere il ritorno senza rischi.

 

L'equipaggio del fondo doveva calare il materiale del bivacco di Marie e Laurent, continuando a scendere fino a “Le Vestiare”, e continuare l'impianto fino all'area finale della grotta (-1.122). Dopo doveva salire disinstallando fino al bivacco. I nostri calcoli prevedevano di arrivare al fondo approssimativamente a mezzanotte, e poter essere al bivacco entro le 4 e le 5 del mattino.

 

Il secondo gruppo, che incorporava Max, entrava nella grotta il 25 per arrivare al bivacco verso le 3 del pomeriggio e assieme al primo gruppo che si era riposato, salire materiale.

 

In realtà, la discesa del primo gruppo fu più difficile del previsto . L'acqua e il freddo minavano le forze e c'erano difficoltà per superare i passamano, l'installazione si faceva interminabile, però alla fine, si arrivò all'impressionante “Puits de l'Ouragan”, che marca la barriera dei -1000. A partire da quel punto, non era più necessaria l'utilizzazione di corde per la progressione. La discesa seguì fino ai -1122 dove per poter continuare bisognava superare scavando con bottiglie un sifone. Era approssimativamente l' 1:30 di notte.

 

Una volta sul fondo, abbiamo mangiato per recuperare le forze e ci siamo preparati per la salita, una salita che si prevedeva molto, ma molto dura. Come diceva un compagno, i pozzi sembravano molto più larghi e la rampa del “Grand Canyon” si era trasformata in una pista di pattinaggio dove gli scivoloni e le cadute erano continui. La stanchezza era enorme e in qualsiasi posto c'era qualcuno sdraiato per terra che cercava di recuperare le forze che quasi non esistevano, però poco a poco, si stavano superando tutti gli ostacoli e la meta che si aveva in mente, il bivacco, si stava avvicinando. Era la tappa di salvataggio, comunque per uscire dalla grotta mancavano ancora 500 metri da superare.

 

Alla fine, approssimativamente alle 2 del pomeriggio del 25 si arrivò al bivacco con la soddisfazione di esserci arrivati.

 

Mentre, fuori, ignari dell'avventura che si stava vivendo dentro, si pianificava l'entrata per iniziare la disinstallazione..

 

Senza sacchi, la discesa dei pozzi e i meandri si fanno molto rapidamente. In un ora si arriva alla base e in un ora e mezza ancora al bivacco. Il secondo equipaggio arrivò al bivacco verso le 3 del pomeriggio. Solo un ora dopo che gli altri erano arrivati in fondo e avevano iniziato a riposarsi! Si dovettero così cambiare di nuovo i piani aggiustandoli alla nuova situazione.

 

Quelli che avevano appena finito di arrivare, prendettero un sacco per uno e salirono fino alla base dei pozzi, poi tornarono per prendere un altro sacco e salire all'uscita. Cosi facendo nel bivacco rimaneva solo il materiale che veniva utilizzato e che avrebbero portato alla base dei pozzi quelli che si fermavano a dormire. L'idea era di lasciare il materiale alla base del “Puits Aldo” per scaricarlo all'esterno il giorno seguente. Nel secondo viaggio, Marie, che non riusciva a dormire decise di salire per uscire all'esterno. Venendo da -1000 senza dormire, prese il suo zaino perchè come si dice, se non porti lo zaino non conti, si tirò su, salì i pozzi… sempre con il sorriso sulle labbra. (Quando si levò i guanti, vedemmo con sorpresa che portava le unghie lunghe e ben pitturate……….Super Woman!).

 

Nel bivacco si dormì 10 ore, tempo sufficiente per recuperare le forze per rimontare il resto dei sacchi fino alla base dei pozzi e per uscire all'esterno così che il giorno 26 eravamo tutti fuori immensamente contenti per aver raggiunto il nostro obbiettivo.

 

Ora ci mancava solo di finire di levare il materiale che stava alla base del “Puits Aldo” e portarlo di ritorno al rifugio, cosa che, con più difficoltà del previsto, facemmo il giorno 27.

 

Il 28 lo dedicammo a sistemare e dividere il materiale, dato che quello che apparteneva ad uno era mescolato con quello degli altri. Marie stette un'ora cercando il suo abbigliamento in neoprene che credeva di aver perso nel sacco di Max che era ritornato in Italia, quando alla fine scoprì che lo aveva tutto il tempo davanti, asciugandosi al sole! (solo che girato al contrario!). Fummo anche a Autrans, a farci un buona e meritata doccia e a comprare cartoline e souvenirs. Per finire, una stupenda cena di celebrazione nel rifugio.

 

Pepe doveva ritornare presto a casa, cosi il 29 di mattino presto, ci mettemmo in marcia, finimmo di sistemare tutto e salutarci. Baci, abbracci e felicitazioni per tutto il mondo. Ciò nonostante, siccome del resto non avevamo tanta fretta, prima di partire per il viaggio verso casa, decidemmo di buttare il gommone, andammo quindi alla “Grotte d'en Gornier” giusto al lato di “Chorange”. Una grotta al cui accesso si fa un lago di 50 metri di lunghezza che da il passaggio ad una zona fossile con molte concrezioni e da dove si accede al rio. Per quel rio si superano più di 600 metri di dislivello. Sofia, Pedro e Pep arrivarono fino alla connessione del rio, mentre Marie e Laurent, che non dovevano viaggiare fino al giorno seguente continuarono il fiume.

 

Vorrei ringraziare la generosità di Caroline, del Refuges des Feneys, che sopportò le nostre entrate e uscite ad ore improvvise, che ci lasciò il suo frigo e la sua cucina e che ci informò perfettamente sulle previsioni atmosferiche.

 

Anche Alpesport per la sua collaborazione in questa e in altre spedizioni.

 

Ora, l'equipaggio è fatto, le grotte lì ci sono e come dissero i primi esploratori della Berger…… ÇA CONTINUE!!!!!

 

Partecipanti:

 

Pepe Roig Anarcoespeleo de la UEU -Cataluña, España-

 

Pep Pujal Anarcoespeleo de la UEU -Cataluña, España-

 

Sofia Reboleira GIET & NEUA -Portugal-

 

Pedro Pinto CEAE-LPN -Portugal-

 

Paolo Bettotti Gruppo Grotte Emilio Roner -Italia-

 

Renza Miorandi Gruppo Grotte Emilio Roner -Italia-

 

Max Gruppo Grotte Cagliari -Italia-

 

Marie Barrachet Ssapo - France-

 

Laurent Apel Ssapo - France-

 


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